Le donne architetto.

Sono semplicemente un architetto, non una donna architetto: ricordava sempre Zaha Hadid, massima esponente dell’architettura moderna dell’ultimo secolo.

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    Le donne architetto: storia dell’architettura femminile.

    Le donne architetto famose in tutto il mondo sono numerose e tutte loro hanno dato un grandissimo contributo all’architettura, mostrando che questo non è solo un campo per uomini. Il ruolo maschile nell’architettura, purtroppo, è storicamente dominante, poiché la professione è stata tradizionalmente considerata come un territorio maschile e per lungo tempo si è atteso che gli uomini diventassero i creatori nel campo dell’architettura, mentre le donne erano escluse o emarginate.

    In questo articolo, in occasione dell’ 8 marzo, festa della donna, vogliamo condividere lo stato di avanzamento delle donne nel campo dell’architettura citando e omaggiando le donne architetto che hanno segnato una svolta nell’industria, aiutando le future generazioni di donne architetto a realizzare i propri sogni.

    La storia dell’architettura femminile risale a diversi secoli fa, anche se la presenza di donne architetto è sempre stata emarginata e sottovalutata. Nel corso della storia, esse hanno dovuto lottare contro il sessismo e la discriminazione nel settore dell’architettura, il che ha impedito loro di accedere alla stessa educazione degli uomini e alla pratica professionale. Ma nonostante questi ostacoli, alcune donne architetto hanno dato importanti contributi all’architettura nel corso dei secoli.

    Un esempio precoce di una donna architetto è la regina egiziana Hatsheput che commissionò la costruzione di un tempio a lei dedicato in Egitto, nel XV secolo a.c.. Nell’Europa medievale, le donne aristocratiche e religiose hanno contribuito all’architettura come mecenati o sponsor di progetti: la badessa Hildegarda di Bingen progettò la chiesa del monastero di Rupertsberg in Germania nel XII secolo. Nella modernità, le donne architetto hanno cominciato ad emergere più frequentemente, come ad esempio Sophie Hayden Bennett, la prima donna ad essere ammessa ed a laurearsi in architettura presso il MIT nel 1890. Ancora nel 1927, le Corbusier, alla neolaureata Charlotte Perriand che si era presentata nel suo studio con una cartella piena di disegni, aveva riso in faccia dicendo “Qui non ricamiamo cuscini”. Salvo poi avviare una collaborazione con lei che porterà all’innovazione dell’equipement d’interieur de l’habitation, con pezzi talmente moderni da essere in buona parte tuttora in produzione da Cassina.

    Tuttavia, molte di queste donne sono state emarginate e non riconosciute al loro tempo. È stata nella seconda metà del XX secolo che le donne architetto hanno iniziato ad avere una maggiore visibilità nella professione, soprattutto negli anni ’70, quando è iniziato un movimento femminista nel campo dell’architettura. Da allora, donne architetto come Zaha Hadid, Gae Aulenti, Kazuyo Sejima, Carme Pigem e Kate Orff hanno vinto prestigiosi premi e hanno guidato progetti innovativi in tutto il mondo.

    Le donne e l’architettura nel XX secolo e nel mondo di oggi.

    L’architettura è un mestiere da uomini ma io ho sempre fatto finta di nulla era solita dire Gae Aulenti. Durante il XX secolo, le donne architetto hanno avuto un ruolo molto limitato. In gran parte, ciò è stato dovuto ai pregiudizi di genere nella società che consideravano l’architettura come una disciplina maschile. Anche se c’erano alcune donne pioniere nella professione che affrontavano la discriminazione e il sessismo nella loro carriera.

    Oggi, il ruolo delle donne nell’architettura è significativamente migliorato rispetto al secolo scorso. Le donne sono sempre più presenti nelle scuole di architettura e nella pratica professionale, e i loro successi sono sempre più riconosciuti nell’industria. Tuttavia, c’è ancora molto da fare per affrontare l’ineguaglianza di genere nell’architettura, soprattutto in termini di rappresentazione ai livelli più alti della professione e di remunerazione salariale. Nonostante le persistenti barriere, le donne architetto stanno facendo contributi molto importanti e significativi alla professione: stanno promuovendo un design più inclusivo e sostenibile, stanno guidando progetti innovativi in tutto il mondo e stanno aumentando la diversità di voci nell’architettura, il che alla fine porterà a un campo più equo e rilevante per la società nel suo complesso. Oggi in questo articolo ed in occasione della festa della donna vogliamo omaggiare quattro architette internazionali che si sono distinte ottenendo grandi risultati: Gae Aulenti, Zaha Hadid, Kazuyo Sejima e Lina Bo Bardi.

    GAE AULENTI: l’amore per l’allestimento e il restauro architettonico.

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    Gae Aulenti ha profondamente segnato la storia dell’architettura moderna, tanto da meritarsi una piazza a lei intitolata, a Milano, nell’anno della sua scomparsa. La sua formazione inizia con Ernesto Nathan Rogers, dopo la laurea al Politecnico di Milano nel 1953, sarà la lunga collaborazione con Olivetti ad affinare la consapevolezza che la comunicazione passa soprattutto dalla forma e che lo stile non possa prescindere dal recupero storico e dalle potenzialità intrinseche agli stessi luoghi. Per questa ragione era solita affiancare un accurato lavoro di ricerca storica e letteraria, oltre che tecnico scientifica, ai suoi progetti, componendo il nuovo con l’antico, la decorazione con la struttura. Da capisaldi del design, come la poltrona a dondolo in legno curvato Sgarsul, la lampada Parola progettata con Piero Castiglioni, i mobili in tubolare metallico Locus Solus, e la lampada da tavolo Pipistrello realizzato per lo showroom di Olivetti, fino all’allestimento del Museo nazionale di Arte Moderna al Centre Pompidou e del Museo D’Orsay di Parigi, alle Scuderie del Quirinale fino all’arredo urbano in piazzale Cadorna a Milano, l’Aulenti ha compiuto un percorso che dal neorealismo arriva fino al liberty, fondando solo nel 2005 il suo studio, la Gae Aulenti associati. Numerosi furono anche i suoi discorsi a vantaggio delle donne e ci tenne sempre a specificare che lei non era l’unica architetta di talento, ma ve ne erano molte: solo che molte donne preferivano lavorare per gli uomini e non per loro stesse. Un messaggio importante per tutte le donne.

    ZAHA HADID: prima donna a vincere il Premio Pritzker.

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    Zaha Hadid è stata una vera archistar. La prima donna a vincere nella storia il premio Pritker nel 2004 e la medaglia d’oro del Royal Institute of British Architects nel 2016. E’ brillantemente riuscita nell’intento non solo di applicare il principio che ha ricercato tutta la vita, quello della fluidità, ma di farlo secondo l’assioma di base per cui l’architettura debba principalmente infondere piacere. Utilizzando un approccio progettuale che si discosta da quelli tradizionali, che parte dall’ideale matematico e passa per la scultura, trasformando, per usare le sue parole: tutti i vincoli possibili ed immaginabili in nuove opportunità spaziali. La Hadid riesce a rappresentare nei suoi edifici, spesso caratterizzati da strutture curve, dinamicità e forme dilatate, maestose architetture, pur ponendosi in antitesi con il concetto di monumentalità; architetture che però hanno la complessità e il dinamismo della nostra epoca. Uno stile davvero fluido e leggero, ottenuto anche grazie alla sperimentazione sui materiali come vetro, acciaio, titanio e plastica.

    KAZUYO SEJIMA: l’architettura della trasparenza.

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    Kazuyo Sejima è un’architetta giapponese; nonostante gran parte delle sue realizzazioni si trovino in Giappone, Sejima ha raggiunto la fama aggiudicandosi, unitamente al suo associato Ryue Nishizawa, il Premio Priztkernel 2010. Le opere di Kazuyo Sejima sono caratterizzate dalla presenza di numerose trasparenze, ottenute soprattutto con il vetro. Il vetro è un materiale molto diffuso e utilizzato in Giappone, sua terra natia e luogo che accoglie la maggior parte delle sue realizzazioni. Sejima, però, non si limita a copiare o a riprodurre in chiave moderna i classici edifici così cari ai giapponesi, ma si affida alle forme snelle e allungate, all’armonia tra diversi materiali e ai numerosi e vari trattamenti a cui sottopone il medesimo materiale: grazie a questa costante ricerca, l’architetta ottiene ogni volta effetti visivi sempre diversi e dal grande impatto.

    LINA BO BARDI: l’architettura della libertà.

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    Lina Bo Bardi è una delle figure più rivoluzionarie nell’architettura italiana (e non solo) del Novecento. Dopo essersi laureata a Roma con una tesi sugli edifici per ragazze madri, si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare con Carlo Pagani e con lo studio di Gio Ponti, mantenendo allo stesso tempo un’intensa attività editoriale, grazie alla quale nel1944 diventerà vicedirettore di Domus e fondatrice, l’anno successivo, sempre insieme a Pagani, dei Quaderni di Domus e quindi di A-Cultura della Vita . Durante il secondo conflitto mondiale parteciperà alla Resistenza e nel 1945 sarà tra i fondatori del Movimento Studi Architettura (MSA), prima di trasferirsi, l’anno seguente, in Brasile con il marito Pietro Maria Bardi, che dirigerà il Museo d’Arte di San Paolo. Qui non solo fonderà e dirigerà la rivista Habitat , ma costruirà la sua prima opera, la Casa de Vidro, sua residenza e ora sede della fondazione a lei dedicata, oltre al Masp, il Museo d’Arte di San Paolo, tuttora il più importante dell’America Latina. Il suo apporto sarà fondamentale nello sviluppo di una consapevolezza e di una valorizzazione della cultura brasiliana, dal momento che la Bo Bardi era convinta che «per un architetto la cosa più importante non è costruire bene, ma sapere come vive la maggior parte della gente. L’architetto è un maestro di vita, nel senso modesto di impadronirsi del modo di cucinare i fagioli, di come fare il fornello, di essere obbligato a vedere come funziona il gabinetto, come fare il bagno. Ha il sogno poetico, che è bello, di un’architettura che dia un senso di libertà».

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